DiGrande.it

Non Vedenti, Braille e Tecnologie di Stampa

Questo sito usa Cookie per personalizzare contenuti e annunci, fornire funzionalità per social media e analizzare i collegamenti. Chiudendo questo banner o continuando la navigazione acconsenti al loro uso.
Leggi la Cookie Policy di DiGrande.it

Ripartiamo insieme verso le nuove Albe dell'UICI

Aggiornato il 17/11/2022 08:00 
 

Care amiche e cari amici dell'Unione ITALIANA DEI CIECHI E DEGLI IPOVEDENTI, l'ultracentenaria Storia della nostra Associazione, costellata di orizzonti e obiettivi, lotte e successi, impegno e conquiste, servizio e autorevolezza, tenacia e principi, negli ultimi mesi sta vivendo quella che, probabilmente, è la sua fase più critica: crisi gestionale, strutturale, valoriale. Una fase congiunturale che, tuttavia, potrebbe essere foriera di una fase costituente, basata su ricostruzione e rinnovamento, da cui ripartire verso nuovi obiettivi, successi, conquiste con autorevolezza e saldezza nei principi che hanno fatto e potranno ancora fare grande l'UICI, rimettendo a fuoco gli obiettivi e ridando vigore alla capacità di lottare con impegno ed etica di servizio, non disgiunti da quella tenacia che, nel secolo appena trascorso, ci ha consentito di cambiare le prospettive esistenziali dei ciechi e degli ipovedenti italiani; quella tenacia attraverso cui siamo riusciti nell'impresa di dare a mere espressioni verbali, quali integrazione, inclusione e Autonomia, dignità normativa ed essenza fattuale, inerentemente a cui rendere la libertà, individuale e categoriale, una realtà del nostro Quotidiano.

Ma cerchiamo di andare per ordine, ricostruendo, in poche parole, il contesto travagliato nel quale, da qualche tempo, l'Unione si trova a dibattere…

Si rischierebbe di semplificare troppo e di offrire un quadro parziale affermando che il principio della crisi sia stata la decisione del Presidente Nazionale Mario Barbuto di candidarsi, in occasione delle ultime elezioni politiche, nelle fila di un partito, nella fattispecie la Lega, ma poteva trattarsi di qualsiasi altro partito; in realtà, tale evento non ha costituito la causa, bensì ha rappresentato l'effetto di una crisi pregressa, più profonda, da tanto tempo attanagliante l'UICI. Una crisi originatasi nei meandri di una gestione associativa portata avanti con pertinacia dalla Presidenza Nazionale, secondo modalità verticistiche, antidemocratiche e arbitrarie, che hanno reso l'UICI ostaggio di un modus operandi personalistico - rispetto a questioni quali assegnazione di cariche e incarichi, conflitti d'interesse, comunicazione e Informazione, amministrazione patrimoniale, trasparenza e correttezza nell'adempimento delle funzioni - ed escludente - rispetto allo scambio dialettico tra i vari organismi e tra questi con la base - contrassegnato da una deriva conformistica che nel tempo ha compresso la possibilità di manifestare dissenso e difformità di opinioni rispetto al vertice nazionale. Un vertice i cui esponenti, palesatisi nel tempo alla stregua di un cerchio di potere ristretto, in diverse, in troppe occasioni non hanno certo brillato, nella condotta e nel Linguaggio, per contegno e rispetto nei confronti dei soci, i quali, è bene ricordarlo sempre, costituiscono la forza e la ragion d'essere del nostro sodalizio. Insomma, quando lo scorso agosto la notizia della candidatura di Barbuto ha fatto irruzione nella nostra Associazione attraverso le agenzie di stampa, la stabilità della tenuta interna aveva già superato i livelli di guardia; certamente la discesa in campo del Presidente a costituito il detonatore di una massa critica resa ancor più esplosiva dalle modalità attraverso cui Barbuto ha esplicitato, anzi NON ha esplicitato, le sue intenzioni. Come scritto poco fa, infatti, l'UICI, col suo Consiglio Nazionale, con i suoi organismi, con le sue Sezioni, ha appreso dalle Agenzie di stampa la notizia della candidatura del suo massimo rappresentante, il quale, fino all'ultimo momento ha tenuto celata la sua ambizione e le sue intenzioni. E quando scriviamo fino all'ultimo momento, non stiamo affatto esagerando: quando, nel mese di agosto, si tenne un Consiglio Nazionale straordinario, Barbuto si guardò bene dal fare il minimo accenno alla sua imminente candidatura; candidatura che poco dopo diventò di dominio pubblico, senza che il Consiglio Nazionale ne fosse formalmente informato. In pratica, il Presidente Nazionale dell'UICI ha fatto questo passo nascostamente rispetto all'UICI medesima. UICI che, all'improvviso si è, perciò, trovata catapultata, suo malgrado, nell'arena politica, associata a una forza politica attraverso la persona del suo massimo rappresentante, il quale, nei giorni e nelle settimane successive, ha partecipato a manifestazioni elettorali, incontri e trasmissioni televisivi, tra cui Porta a Porta, su Rai 1 - in compagnia di Salvini -, venendo sempre presentato come "Presidente Nazionale dell'UICI". Un connubio, quello tra la carica associativa e il suo status di candidato, che ha tosto veicolato, verso l'opinione pubblica del Paese, un aspetto che all'interno dell'Unione era subito apparso chiaramente e che aveva spinto numerosi dirigenti - in primis quelli che di lì a poco avrebbero costituito il gruppo Consiliare "Uniti per l'Unione" -, a chiedere le immediate dimissioni del Presidente: Barbuto aveva violato la Natura apartitica dell'UICI, ponendo la Storia, l'autorevolezza e il prestigio di quest'ultima a disposizione delle strategie elettorali di un partito politico e mettendo a rischio la futura possibilità di interloquire efficacemente, a livello istituzionale, con tutte le altre forze politiche. Di fronte a tale incresciosa vicenda, l’Associazione, purtroppo, non ha potuto pienamente usufruire della funzione di garanzia e di Tutela da parte della Vicepresidente, che non pare proprio, abbia potuto, aldilà di qualche blando tentativo, proteggere l’Immagine dell’Unione.

Nell'ottica di diradare il polverone scatenatosi, non hanno sortito gli effetti sperati né l'ossessivo richiamo di Barbuto e dei suoi sodali a un preteso rispetto delle norme statutarie, ne, tanto meno, la goffa mossa di sottrarsi alla montante richiesta di dimissioni attraverso il ricorso all'Istituto della "autosospensione dalla carica", peraltro non previsto dal medesimo Statuto a cui il Presidente si è richiamato strumentalmente, e a quel punto anche contraddittoriamente, per tentare di offrire alla realtà associativa una veste di correttezza normativa alla sua condotta; nel tentativo di calmare le acque Barbuto annunciò pure l'intenzione di dimettersi dalla sua carica, a prescindere dal risultato, dopo lo svolgimento delle elezioni - per poi rimangiarsi la parola, come si vedrà più avanti -. Ma è stato tutto vano, in realtà: col passare dei giorni, alle aspre critiche e ai rilievi esternati in seno al Consiglio, nel cui ambito è nato il già citato gruppo "Uniti per l'Unione" - determinato a operare, come si evince dai numerosi documenti già elaborati e resi noti, affinché siano ripristinate una dialettica democratica e una gestione collegiale - e alla Direzione Nazionali, si è aggiunta un'onda crescente di biasimo, con contestuale richiesta di un passo indietro, proveniente anche dalla base associativa - inerentemente a cui hanno fatto capolino orientamenti anelanti a un radicale processo di cambiamento all’interno dell’UICI; un biasimo dichiarato in diverse chat, con toni e in termini duri ma, nella stragrande maggioranza dei casi, congrui a un Civile confronto. In ogni caso, quest'onda ha assunto dimensioni talmente corpose, da spingere Barbuto e altri della sua cerchia a intervenire nella discussione attraverso la radio associativa, sulla base di un format strutturato attorno alle esigenze comunicative, ma sarebbe più corretto Scrivere propagandistiche, del Presidente Nazionale, il quale, attraverso il microfono, ha lanciato ripetutamente i propri strali contro i critici trattati alla stregua di dissidenti, arrivando perfino ad azzuffarsi verbalmente con vari esponenti della base associativa; sì, socie, soci e semplici ascoltatori, i quali collegatisi con l'intento di esprimere legittimi punti di Vista, si sono visti fare oggetto di virulenti attacchi verbali, anche preventivi, e di ironie velenose da parte di Barbuto. Non pago, si è abbandonato a grottesche e offensive requisitorie, copiose di epiteti inaccettabili contro i membri del Consiglio e della Direzione che lo criticavano e che, attaccando lui avrebbero violato, un inesistente, a livello normativo, vincolo di mandato. Addirittura, Barbuto è arrivato a citare pubblicamente stralci delle succitate chat private, sapientemente rimontati in modo da renderli particolarmente aspri, a livello di contenuto, preannunciando azioni legali contro i membri del Consiglio e della Direzione che si erano permessi, anche attraverso la radio, compresa quella associativa, di dissentire, accusandoli di averlo diffamato e di aver adoperato termini violenti. Minacce, in effetti, concretizzatesi all'indomani delle consultazioni elettorali, quando, dopo che Barbuto aveva disatteso la promessa di dimettersi dalla propria carica, è stata inoltrata una querela nei confronti del professor Peppino Lapietra, membro della Direzione Nazionale, con un'accusa di diffamazione aggravata che va a colpire una figura distintasi per equilibrio, lucidità e rettitudine, capace di farsi portavoce, con un eloquio forbito e argomenti circostanziati, del malessere che zavorrava, come si è spiegato poco fa, la vita dell'UICI ben prima dell' affaire candidatura. Malessere cagionato da un'insostenibile cappa autoritaria, intollerante verso le critiche e chiusa ad ogni confronto, nel cui contesto è maturato anche il deferimento del succitato Lapietra, inoltrato ai probiviri alcuni mesi fa dal Presidente, in seguito ad alcune critiche, avulse dal contesto elettorale e assolutamente non offensive, a lui rivolte(del resto, il deferimento s'è successivamente risolto con un ammonimento da parte del collegio di Probiviri, che ha rigettato la richiesta di un periodo di sospensione dall’Associazione). In questo senso, come si scriveva prima, la dinamica della candidatura, la sua mancata discussione o almeno comunicazione al Consiglio Nazionale è stata il frutto avvelenato di una concezione delle prerogative presidenziali autoritarie e privatistiche; una concezione della carica Vista solo come posizione di potere assoluto dal cui ambito tenere fuori gli altri organismi, a cominciare dal Consiglio Nazionale. Una concezione che ha aperto la strada alla deriva in cui versa ora l'Unione e che è stata per tempo denunciata da Peppino Lapietra, dagli altri Consiglieri del Gruppo "Uniti per l'Unione" e da tantissimi soci della base. Base e Consiglio che, attoniti, dopo il teatrino della candidatura, dopo il risultato, non corrispondente alle attese dell'ex candidato, dopo aver assistito all'imbarazzante dietrofront rispetto alla promessa di dimissioni, hanno dovuto assistere allo spettacolo di un Presidente che, pur di non prendere atto del suo fallimento gestionale, ha avanzato - con scarso senso di responsabilità, considerata la difficile fase che tutti, non solo l'UICI, stiamo attraversando - la proposta di ricorrere a un Congresso Straordinario per superare lo stallo in cui egli, la sua ambizione individuale hanno precipitato l'Unione. Una sorta di insensato, inopportuno e ridicolo "muoia Sansone con tutti i Filistei", che, oltre a bloccare a tempo indeterminato l'attività dell'Associazione in una fase storica globalmente ardua, comporterebbe costi e sforzi che sarebbe meglio investire nell'attività volta a garantire servizi e Assistenza ai nostri associati. Entrando nello specifico, appare ovvio come il superamento dello stallo non possa e non debba avere come soluzione il ricorso a un Congresso straordinario, che, con i suoi tempi lunghi, andrebbe ad acuire la crisi in cui versa l'Unione e che risulterebbe gravoso, in termini economici, e problematico, in chiave di interpretazione normativa, non sussistendo una Lettura univoca relativamente all'articolo 21 dello Statuto, ove non è specificato se la procedura del Congresso straordinario sia dissimile da quella del Congresso ordinario; in particolare, l'articolo in questione riporta testualmente che "Gli Organi dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti - ONLUS APS restano in carica cinque anni. Indipendentemente dalla data della loro elezione, essi si rinnovano comunque nell’anno di svolgimento del Congresso"; un testo la cui Lettura lascia presupporre come ogni Congresso debba essere preceduto dal rinnovo degli organi territoriali e regionali, in una prospettiva che, se passasse la linea propugnata da Barbuto, vedrebbe, nei prossimi mesi - al cospetto di una congiuntura, interna ed esterna ad essa, delicatissima - l'Unione impegnata in una lunga e difficile procedura congressuale, che immobilizzerebbe completamente ogni sua attività. L'Unione non se lo può permettere, così come non si può permettere il rischio di bypassare le norme e percorrere irresponsabilmente scorciatoie che potrebbero portare a invalidare l'eventuale Congresso straordinario; un'eventualità terrifica che precipiterebbe ulteriormente nel caos la nostra Associazione. Insomma, il Congresso straordinario, a cui qualcuno populisticamente si sta tuttora richiamando, non è una soluzione da considerare: piuttosto, occorre onorare il mandato affidato al Consiglio Nazionale in occasione del Congresso del Centenario; Consiglio che è pienamente legittimato a determinarsi anche rispetto alla fiducia da accordare verso chi ricopre o sarà chiamato a ricoprire ruoli apicali, nel rispetto e nell'esclusivo interesse degli associati e di tutti i ciechi e ipovedenti italiani. In definitiva, chi ha parlato e chi parla, in questa fase, di Congresso straordinario non vuole il bene dell'Unione, ma desidera solo soddisfare il proprio ego e difendere posizioni ormai indifendibili. Un punto di Vista, questo, ampiamente condiviso in seno alla nostra Associazione: talmente condiviso da aver costretto, il mese scorso, durante una seduta del Consiglio Nazionale, Barbuto ad accogliere la proposta, formulata dal professor Renzo Minincleri, di costituire un gruppo di Lavoro composto pariteticamente da dirigenti appartenenti ai due schieramenti che, a livello consiliare, si sono determinati nelle ultime settimane. Un gruppo di Lavoro attraverso cui, sulla base di una dialettica franca, anche aspra, ma connotata dalla massima lealtà, avrebbe dovuto provare a ritrovare quell'equilibrio, quella misura, quella prassi collegiale necessaria a portare l'UICI fuori dalla tempesta in cui è stata condotta, per riprendere a volare verso il domani, in direzione degli orizzonti indefettibili della sua missione. Un organismo, insomma, chiamato a fare il bene dell'Unione, che, però, fin da subito, ha trovato sulla sua strada la strategia insensata della delegittimazione, verso chi ha doverosamente espresso un dissenso diffuso tra i soci, i quali hanno, in larghissima parte, condannato la deriva personalistica e autoritaria della nostra Unione. Una strategia distruttiva, che ha visto come capofila, attraverso un eteroclito post su Facebook, pubblicato il giorno successivo alla definizione dell'organismo, un autorevole membro della cerchia di Barbuto, peraltro designato a far parte del gruppo predetto e che ha reso, una volta di più, evidente la mancanza di volontà della presidenza Nazionale di giungere a un punto d'incontro e, viceversa, la determinazione a portare lo scontro alle estreme conseguenze, che ha trovato una manifesta espressione nella decisione assunta dalla Direzione Nazionale, su pressante determinazione di Mario Barbuto che ha voluto decretare la cosiddetta "sospensione" del Direttore. Insomma, il Presidente non si è curato dell’aggravarsi della frattura, ma, anzi, l'ha resa più profonda, in barba allo spirito fraterno che dovrebbe connotare un'Associazione con una vocazione comunitaria come la nostra. D'altronde, nel Consiglio dello scorso 14 novembre, Barbuto e i suoi fedelissimi hanno, con atteggiamento sprezzante, ribadito la difesa ad oltranza del loro operato, perseverando in una negazione coriacea sia delle criticità attanaglianti la vita associativa, sia della legittimità dei gruppi e dei movimenti di opinione che desiderano il superamento di questa situazione, nonché del fallimento connotante l'operato di questa presidenza. Negazioni che precludono, di fatto, qualsiasi possibilità di dialogo costruttivo, nonostante le parole che Barbuto ha adoperato in due passaggi del suo intervento conclusivo e che, apparentemente, risultano confliggenti con la linea della durezza da egli perseguita e sul costante richiamo, reiterato nuovamente durante il Consiglio, al Congresso straordinario. Nello specifico, la posizione assunta sulla commissione paritetica (in seno alla quale, come emerso durante il Consiglio, si sono raggiunti, in queste settimane di Lavoro, pochissimi risultati in grado di imprimere quella svolta di cui l'UICI ha urgente bisogno) da Barbuto, che s'è detto favorevole al prosieguo dell'attività di tale organismo, cela il tentativo di prendere tempo, nella speranza di logorare il fronte avverso. Intento che traspare chiaramente anche dalla "lettera personale aperta" resa pubblica da Barbuto il giorno successivo, 15 novembre, nella quale a un impercettibile ammorbidimento dei toni non corrisponde un mutamento della posizione: in sostanza, nella missiva il Presidente non mette minimamente in discussione il proprio operato, chiarendo una volta per tutte che per lui il superamento di questa fase consiste nel superamento di ogni dissenso verso la sua gestione, che non può essere messa in discussione. Del resto, il pronunciamento presidenziale, che riportiamo fedelmente, è eloquente: "Una decapitazione forzata dei vertici associativi - scrive Barbuto - e un rimescolamento dei componenti della Direzione quando mancano ancora ben tre anni al Congresso, (...) finirebbero per incrinare e minare in modo grave e pericoloso la credibilità associativa interna ed esterna, non individuandosi ragioni di forza maggiore atte a giustificare e comprendere i cosiddetti passi indietro che finirebbero, invece, per apparire solo come qualcosa del tipo esci tu che mi siedo io". Quindi, per il Presidente - il quale, come gli capita sempre più spesso, ha usato una terminologia non congrua alla lucidità, alla sobrietà e alla moderazione che il suo ruolo gli impone -, la logica e dignitosa conseguenza dello sfacelo provocato corrisponderebbe addirittura una "decapitazione": allora è vero ciò che si dice riguardo alla sua concezione di Presidenza… Concezione che lo induce a colpire, a volte col dileggio, altre con la rappresaglia i "ribelli" che si macchiano di lesa maestà. "Ribelli" a cui egli imputa la perdita di credibilità dell'Associazione, come se, invece, quanto successo per sua responsabilità non sia da considerare grave e pericoloso, vale a dire una ragione di forza maggiore atta a rendere necessaria la sua uscita di scena. Un'eventualità questa, che Barbuto considera solo nell'ottica di rimescolamenti e poltrone su cui sedersi; no, caro Presidente, per noi la questione cruciale e drammatica non è il riposizionamento di chicchessia, non è il potere fine a se stesso a cui tu e la tua cerchia siete così attaccati: in gioco c'è il futuro dell'UICI, messo a rischio ieri dai tuoi fallimenti gestionali e dalle tue scelte personalistiche e oggi, lo ripetiamo, dal tuo irresponsabile prendere tempo. Tempo che l'Unione non può perdere, considerato lo stato cui versa e la frammentazione che la paralizza, per responsabilità totalmente riconducibili alle condotta di una Presidenza - nei cui confronti si sta valutando l'opportunità di procedere nelle sedi, anche associative, opportune - che ha portato e sta portando nocumento a una Storia centenaria; Storia il cui futuro non può prescindere dalle dimissioni di Barbuto, dimostratosi inadatto ad adempiere con equilibrio e senso di responsabilità all'alta funzione, alla nobile missione demandate al massimo rappresentante di un'Associazione così importante, e dal ripristino del ruolo centrale a cui il Consiglio Nazionale è stato chiamato dal Congresso svoltosi due anni addietro: due passaggi, questi, non più differibili e sulle cui basi dare avvio, come si diceva all'inizio, a una fase costituente, che restituisca all'UICI, prima ancora che la propria forza strutturale, la centenaria autorevolezza istituzionale e la legalità statutaria, la propria anima, ovvero quella connotazione morale che ne ha fatto un faro di Diritti, di inclusione, di Libertà.

Diritti, inclusione e Libertà che, per il Gruppo Consiliare "UNITI PER L'Unione" e in linea con le istanze provenienti dalla base, potranno trovare nuovamente forza propulsiva in una Unione ITALIANA DEI CIECHI E DEGLI IPOVEDENTI capace e disposta - nelle idee e nelle azioni di chi, volendo a essa veramente bene, desidera portarla ad affrontare, con competenza, coraggio, trasparenza forza ed entusiasmo, le sfide di domani - innanzitutto a:

  • Riaffermare in modo chiaro il principio di democraticità;
  • Introdurre il principio di rotazione nell’assegnazione delle cariche e degli incarichi sia con riguardo all’Associazione, sia con riferimento agli enti ad essa collegati o da essa controllati;
  • Attenersi scrupolosamente alle regole statutarie previste in tema di conflitti d'interesse;
  • Rispettare la base associativa con Linguaggio e comportamenti consoni alla carica ricoperta;
  • Mantenere uniformità di trattamento verso quelle sezioni associative che manifestino dissenso o divergenza di opinioni con la dirigenza nazionale;
  • Utilizzare i mezzi di Informazione nel rispetto delle norme e della pluralità ideale;
  • Rivolgersi alle istituzioni nazionali, regionali e territoriali senza conformarsi ad alcun partito politico;
  • Impiegare il patrimonio associativo con prudenza e con modalità che ne favoriscano la valorizzazione;
  • In generale, uniformarsi ai principi di correttezza e buona fede nell’adempimento delle funzioni svolte in seno e per conto dell'Associazione.

Insomma, le idee ci sono, e anche le persone: è ora di ripartire verso le Albe dell'Avvenire che ci sono tanto Care.

Il Gruppo Consiliare "UNITI PER L'Unione"